Zerocalcare al Poretcast: anatomia di un’ansia generazionale tra fumetti, coerenza e verruche
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L’incontro tra Giacomo Poretti e Michele Rech non è solo un’intervista, ma un viaggio ipocondriaco e malinconico nel cuore di uno degli artisti più influenti d’Italia. Dallo spirito “Straight Edge” alla paura del successo, ecco tutto quello che è emerso nel lungo faccia a faccia al Poretcast.
Quando Zerocalcare entra nello studio del Poretcast di Giacomo Poretti, non lo fa da solo. Oltre al fedele cane Ziggy, porta con sé l’intero apparato di paranoie, sensi di colpa e riflessioni etiche che hanno reso le sue opere un punto di riferimento per intere generazioni.
Quello che segue è il resoconto dettagliato di una conversazione che ha toccato i nervi scoperti della contemporaneità.
L’infanzia a Rebibbia e il disegno come “superpotere” della timidezza
La chiacchierata parte dalle radici. Michele Rech confessa candidamente che il disegno non è nato da una vocazione artistica astratta, ma da un bisogno di sopravvivenza sociale.
In una classe dove non eccelleva per sport o carisma, il disegno era l’unica “skill” che gli permettesse di essere considerato dai compagni.
“Tutte le cose che non riuscivo a dire a voce, le facevo sul foglio”, spiega Michele. Questa timidezza patologica lo ha portato a sviluppare un linguaggio visivo che Poretti definisce giustamente “cinematografico”.
Zerocalcare ammette di pensare per inquadrature, come se stesse scrivendo uno storyboard continuo, un metodo che ha reso naturale il suo approccio all’animazione con Netflix.

La disciplina del “no”: Il mondo Straight Edge
Uno dei punti più intensi dell’intervista riguarda la scelta di vita di Michele: lo Straight Edge. In un mondo, quello del punk e dei centri sociali, spesso associato agli eccessi, Zerocalcare ha scelto la via del rigore assoluto: niente fumo, niente alcol, niente droghe.
Questa non è una scelta morale calata dall’alto, ma una necessità di controllo.
“L’idea di perdere il controllo mi agita molto”, confessa. Michele racconta con la sua solita ironia di come questa scelta, nata in adolescenza per distinguersi e per proteggersi, sia diventata oggi una sorta di “gabbia dorata” di coerenza da cui non può più uscire, pena la perdita della propria identità pubblica e privata.
Il successo e la “Sindrome dell’Impostore”
Giacomo Poretti, con la sua proverbiale sensibilità, scava nel rapporto di Zerocalcare con la fama.
Ne emerge un ritratto di un uomo che vive il successo quasi come una colpa. Michele si sente un “sopravvissuto” di un sistema che premia pochi e dimentica molti altri talentuosi che hanno frequentato i suoi stessi ambienti.
Questa consapevolezza alimenta una costante ansia di restare “puro”. Da qui la scelta di vivere ancora a Rebibbia, di frequentare le stesse persone di sempre e di imporsi regole ferree su cosa accettare e cosa no.
“Ho paura di diventare uno stronzo”, dice chiaramente. Per lui, il successo non è un traguardo, ma un campo minato dove ogni passo falso rischia di tradire il “ragazzino che ero”.
“Quando ammazzaru il tempo”: la dignità degli ultimi
Un capitolo centrale della conversazione è dedicato al suo lavoro più recente, che affonda le radici nella storia della sua famiglia e del Veneto. Zerocalcare racconta la genesi della storia del campanile costruito dai mezzadri.
In un’epoca di soprusi, i lavoratori decisero di costruire un campanile con un orologio che non fosse visibile dalla villa del padrone, ma solo dai campi.
È una metafora potente della “dignità degli ultimi”, un tema caro sia a Michele che a Giacomo. Quest’ultimo, visibilmente commosso, ricambia con un aneddoto sulla sua famiglia di origini contadine e sulla resilienza necessaria per non farsi schiacciare dal potere.
L’ipocondria e il rapporto con il corpo
Non mancano i momenti di puro divertimento “alla Poretti”, quando il tema si sposta sulla salute. Zerocalcare si conferma un ipocondriaco di ferro, ma con un paradosso: mangia malissimo (celebre la sua dieta a base di plumcake e cibo spazzatura) e ha un rapporto conflittuale con l’attività fisica.
Il racconto della sua breve esperienza in piscina, culminato con la paura delle verruche e un incontro “traumatico” nello spogliatoio, è uno dei momenti più esilaranti del podcast.
La sua è un’ansia che si riflette nel fisico: Michele racconta di come il suo corpo reagisca allo stress con dolori e psicosomatizzazioni che spesso finiscono per diventare parte integrante delle sue storie.
Ziggy: Un amore non cercato ma totale
Infine, c’è Ziggy. Il cane, presenza costante durante tutta la registrazione, rappresenta il lato più tenero e “responsabile” di Michele.
Ereditato da una situazione difficile, Ziggy è diventato il centro della sua routine, obbligandolo a uscire dalla sua bolla di lavoro e paranoie. Poretti scherza sul fatto che Ziggy sia l’unico vero erede dell’impero di Zerocalcare, un’immagine che chiude l’intervista con un sorriso malinconico.
La coerenza come atto politico
In oltre un’ora di dialogo, Zerocalcare dimostra perché è così amato: non cerca di piacere a tutti, ma cerca disperatamente di essere onesto con se stesso.
La sua è una “resistenza” quotidiana contro le lusinghe del sistema, condotta a colpi di disegni, prugne secche e una coerenza che, anche quando diventa scomoda o paradossale, resta la sua bussola più preziosa.
