Brunori Sas a La Gaberiana con Andrea Scanzi: tra ironia, Gaber, Cobain e la grande lezione di Sanremo
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Scoccata la mezzanotte di martedì 21 luglio 2026, la rassegna La Gaberiana regala uno di quei momenti destinati a rimanere impressi nella memoria dei presenti. Senza scalette rigide né impianti monumentali, Dario Brunori, in arte Brunori Sas, e il giornalista Andrea Scanzi improvvisano un dialogo-spettacolo intimo e travolgente, dove la riflessione profonda sulla musica si intreccia indissolubilmente con la vis comica, la provocazione intellettuale e la pura improvvisazione acustica.
L’elogio dell’inconsapevolezza: da Lucio Dalla a Rick Rubin
L’incontro parte da una confessione spiazzante sulla genesi del cantautore cosentino. Brunori rievoca con autoironia gli esordi della sua carriera, ammettendo una giovanile e quasi paradossale ignoranza rispetto ai pilastri della canzone d’autore italiana.
Racconta di quando i critici musicali gli accostavano capolavori epocali come Com’è profondo il mare di Lucio Dalla, e lui annuiva incerto per poi correre a studiare l’opera in gran segreto.
Una lacuna che inizialmente generava sensi di colpa, ma che si è rivelata la sua più grande fortuna stilistica.
Richiamando un’intervista del celebre produttore americano Rick Rubin – giunto all’hip hop da estraneo proveniente dal punk e dall’hardcore – Brunori sottolinea come non conoscere a menadito i codici sacri del cantautorato gli abbia permesso di non sviluppare quel timore reverenziale che inibisce la creatività.
Essere privi della consapevolezza paralizzante che blocca chi teme di non poter mai eguagliare Dostoevskij gli ha donato la libertà di trovare una voce autentica e personale.
L’influenza di Paolo Benvegnù e l’incontro con il Teatro Canzone
Questo percorso di scoperta lo ha portato progressivamente ad abbracciare il Teatro Canzone di Giorgio Gaber e Sandro Luporini, rielaborato secondo una cifra stilistica assolutamente originale.
Una svolta favorita anche dall’osservazione di un altro maestro della scena italiana, Paolo Benvegnù. Assistendo ai concerti dell’ex leader degli Scisma durante il tour del capolavoro Piccoli fragilissimi film, Brunori fu folgorato dalla capacità di Benvegnù di smorzare la solennità e la sacralità del ruolo del cantautore attraverso battute folgoranti, digressioni comiche e una sana attitudine guascona.
La scoperta che si potesse dissacrare la figura del Vate senza perdere in credibilità artistica è stata la chiave per integrare sul palco le due anime di Dario: quella profonda e malinconica del cantato e quella scanzonata, quasi da stand-up comedian, del parlato.
Il legame con il mondo gaberiano si è poi consolidato sul campo, in particolare durante una storica serata alla Santeria di Milano organizzata da Lorenzo Luporini, nipote del Signor G e di Sandro Luporini.
In quell’occasione, Brunori decise di cimentarsi non solo con un brano musicale, ma con uno dei monologhi più complessi di Gaber, Sogno in due tempi.
Il cantautore ripercorre con divertimento quell’esperienza, ironizzando sulla propria dizione forgiata da dieci anni di università in Toscana, dove l’incontro con coinquilini meridionali ha creato un singolare pastiche linguistico, tanto da portarlo a scherzare sui paragoni ricevuti con Luca Laurenti per la sua doppia personalità vocale.
Sanremo e la lezione di Massimo Troisi sulla popolarità
Il dialogo con Andrea Scanzi tocca poi il punto di svolta rappresentato dalla partecipazione al Festival di Sanremo, un’esperienza che ha spalancato le porte dei palazzetti a un artista da sempre legato a una dimensione periferica e di nicchia.
Brunori affronta il tema della popolarità citando una celebre intuizione di Massimo Troisi: la fama non altera la natura profonda delle persone, ma agisce semplicemente come un amplificatore. Chi è un individuo sgradevole diventa ancora più sgradevole, mentre chi possiede un’anima autentica trova la forza di rimanere fedele a se stesso anche all’interno di un tritacarne mediatico.
Il racconto del Festival assume toni epici e paesani insieme quando Brunori descrive la reazione della sua Calabria.
Nei piccoli borghi di Joggi, Guardia Piemontese e San Fili sono stati allestiti maxischermi per seguire la competizione con un fervore degno di una finale dei Mondiali di calcio.
La rincorsa sul podio sanremese è vissuta dai suoi conterranei come una riscossa e un riscatto collettivo, una festa popolare che ha visto il popolo invisibile gioire per un artista percepito fino a quel momento come felicemente “inadatto” alle logiche del grande pubblico.
Un’esperienza che, al di là dell’esposizione, lo ha riconciliato con la propria dimensione più pura e fanciullesca, vincendo le resistenze di quel severo “giudice interiore” che spesso rischia di paralizzare la creatività.
Il potere dei media, la fiera di paese e il coraggio dell’eresia musicale
Scanzi sollecita poi Brunori sulle dinamiche del potere mediatico e sull’eterna dicotomia tra la dimensione elitaria del Premio Tenco e la vetrina generalista di Sanremo.
Il cantautore ammette con lucidità come l’impatto con il centro della scena mostri chiaramente ciò che Pier Paolo Pasolini definiva il potere dei media: il repentino cambio di atteggiamento degli addetti ai lavori di fronte alla visibilità.
Eppure, Sanremo conserva agli occhi di Brunori anche l’aspetto surreale e tenero di una gigantesca fiera di paese, un fenomeno quasi distopico alla Black Mirror che mescola sacralità e profanità, euforia collettiva e venditori ambulanti.
La conversazione spazia poi sulla totale apertura musicale di Brunori, alieno da qualsiasi dogmatismo di genere. Il cantautore confessa di ascoltare poca canzone d’autore contemporanea, preferendo lasciarsi contaminare da mondi apparentemente lontani come il rap di Fabri Fibra, la trap e persino il metal dei Metallica.
Cita l’analisi dello youtuber americano Rick Beato su Smells Like Teen Spirit dei Nirvana per spiegare come la genialità compositiva di Kurt Cobain prescindesse dalla consapevolezza teorica.
Allo stesso modo, Brunori difende il valore estetico e provocatorio di fenomeni come la Dark Polo Gang, evidenziando come l’eresia e la rottura degli schemi siano gli unici veri elementi in grado di rigenerare la musica.
L’improvvisazione finale e il valore del canto dal vivo
A coronamento di una serata unica, nonostante l’umidità opprimente e le difficoltà tecniche create dal maltempo, Dario Brunori imbraccia la chitarra e regala al pubblico una sequenza straordinaria di brani, improvvisando un set da vero maestro del palco.
Nelle parole di chiusura di Andrea Scanzi risuona l’omaggio a un artista completo: la capacità rara e non addestrabile di adattarsi all’imprevisto, di passare dal cazzeggio brillante alla commozione poetica in una frazione di secondo.
La Gaberiana di Firenze ha testimoniato ancora una volta come la grande canzone d’autore non vive nei musei o nella nostalgia, ma nell’incontro vivo, imperfetto e pulsante tra la parola, l’ironia e la vita reale.
