Gino Cecchettin a Il Fienile: “Il dolore per Giulia trasformato in un’eredità d’amore e di riscatto sociale”
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C’è una differenza profonda, quasi abissale, tra il subire un destino tragico e il decidere cosa fare delle macerie che quel destino lascia a terra. Nel trentesimo episodio de Il Fienile, il podcast condotto da Luca Zaia, Gino Cecchettin si è concesso a una conversazione che va ben oltre la cronaca giudiziaria o l’inquadratura televisiva.
È stato un dialogo intimo, sgranato tra i ricordi di una vita operosa e la dignità incrollabile di un padre che ha visto la propria esistenza sventrata, ma che ha scelto, con lucida ostinazione, di non arrendersi all’odio.
A quasi un anno dalla sentenza che ha condannato all’ergastolo Filippo Turetta per il femminicidio di Giulia — l’ex fidanzato che l’11 novembre 2023 le ha tolto la vita a soli ventidue anni —, la voce di Gino Cecchettin non cerca vendetta. Cerca, piuttosto, di costruire un ponte tra il dramma personale e una trasformazione culturale che non può più essere rimandata.
Le radici nel Polesine e l’amore per la semplicità
Prima che la cronaca nera irrompesse nella sua casa, Gino Cecchettin era uomo di terra e di numeri, di officina e di codici informatici. Nato a Rovigo e cresciuto a Beverare di San Martino di Venezze, un piccolo borgo nel cuore del Medio Polesine, Gino conserva nei gesti e nelle parole il legame viscerale con la propria origine.
Beverare, che in dialetto locale diventa affettuosamente Caradetto, è per lui il centro del mondo: un luogo di memorie contadine, di fienili veri dove ci si rifugiava da ragazzi e dove il senso della comunità si respirava nell’aria.
Elettronico ed elettrotecnico di formazione, Gino ha trasformato quella passione giovanile per i primi calcolatori negli anni Ottanta in una carriera da programmatore e imprenditore.
Con la sua azienda Fornext si occupa di automazione industriale e della raccolta dati per l’Internet delle Cose (IoT), arrivando persino a battezzare un’applicazione aziendale con il nome Karadet, in un aperto e affettuoso omaggio alla sua terra.
Accanto al lavoro, la vita di Gino è sempre stata costellata da passioni autentiche e semplici: la montagna, scoperta grazie alla moglie Monica, e la danza sportiva.
Lontano dall’immagine istituzionale che i media hanno conosciuto di recente, Gino è un ballerino di balli standard — dal walzer lento al quickstep — praticati a livello agonistico.
Una passione coltivata negli anni e condivisa con la sua compagna, con cui ha affrontato gare e piste da ballo, trovando nel ritmo e nella disciplina un momento di pura disconnessione e rigenerazione interiore.

La famiglia Cecchettin: la perdita di Monica e i tre gioielli
Il pilastro della vita di Gino è stata la famiglia costruita a Vigonovo insieme alla moglie Monica, conosciuta sul posto di lavoro e sposata nel 1998. Un’unione solida, spezzata prematuramente nel 2022 quando Monica è scomparsa a causa di un male incurabile.
Da quel momento, Gino si è ritrovato a fare da perno per i tre figli, ciascuno con una personalità definita e un talento unico.
Elena, la primogenita nata nel 1999, è descritta dal padre come una mente brillante, analitica e determinata. Laureata in microbiologia molecolare, Elena ha intrapreso un percorso di ricerca internazionale tra Vienna e il Giappone, dimostrando fin da giovanissima una lucidità e una forza di carattere che si riveleranno fondamentali nei momenti più bui.
Davide, il minore nato nel 2006, è il gigante buono di casa: timido, amante dello sport senza lo spasmo della competizione ad ogni costo, oggi studente di architettura all’Università Iuav di Venezia.
E poi c’era Giulia, la figlia di mezzo, nata il 5 maggio 2001. Giulia era l’altruismo fatto persona. Un’anima riflessiva, capace di rinunciare agli allenamenti di atletica pur di rimanere accanto a una compagna di scuola in difficoltà, mossa da una bontà naturale che il padre ricorda con commozione.
Prossima alla laurea in ingegneria biomedica presso l’Università di Padova, Giulia nutriva però un sogno diverso, legato alla sua profonda sensibilità artistica: diventare un’illustratrice.
Con l’umiltà che la contraddistingueva, aveva chiesto al padre di potersi iscrivere alla Scuola Comics di Reggio Emilia per trasformare la passione per il disegno in una professione. Gino, incoraggiandola, le aveva augurato di diventare la più grande disegnatrice d’Italia.
L’11 novembre 2023 e la promessa di far vivere Giulia
Quel percorso luminoso si è fermato brutalmente la sera dell’11 novembre 2023. Giulia era a un passo dalla tesi di laurea; mancavano pochissimi giorni alla discussione.
Gino ripercorre nell’intervista le prime ore di quell’assenza: il messaggio non letto la sera, la camera vuota al mattino, il presentimento di una stranezza che piano piano si trasforma in angoscia.
È la figlia Elena, da lontano, a comprendere per prima la gravità di quanto sta accadendo e a spingere per l’allarme immediato alle forze dell’ordine.
Seguirono sette giorni indicibili, un’intera nazione rimasta con il fiato sospeso tra false speranze, avvistamenti e il disperato auguriodi un lieto fine.
Una settimana devastante, definita da Gino come il momento più buio della sua esistenza, culminata il 18 novembre con il drammatico ritrovamento del corpo di Giulia nei pressi del lago di Barcis.
Nel racconto affidato a Luca Zaia, Gino tocca il punto di svolta emotiva di tutta la sua vicenda personale. Quando gli è stato permesso di rivedere la figlia per l’ultima volta — pur senza poterne scorgere il volto coperto —, sfiorandole le mani ha percepito una scossa interiore: la salma non c’era più nella sua pienezza, ma Giulia non doveva morire.
Doveva continuare a vivere dentro di lui. Finché ci sarà amore, ci sarà vita.

Oltre il rancore: scindere il dolore dalla sofferenza
In un contesto in cui la rabbia e l’odio avrebbero potuto consumare qualsiasi residuo di umanità, Gino Cecchettin ha compiuto una scelta controcorrente e rivoluzionaria: rifiutare il rancore. Ai microfoni de Il Fienile, il padre di Giulia ha spiegato la differenza concettuale ed empirica che ha imparato a tracciare tra dolore e sofferenza.
La sofferenza è lo stato patologico in cui il lutto blocca la vita, precludendo ogni possibilità futura e contaminando ogni azione con la disperazione.
Il dolore, al contrario, è la dimensione sacra del ricordo. Per Gino, andare nella cameretta di Giulia, sedersi sul suo letto e parlarle fa male, ma è un male benefico per l’anima, un modo per riaffermare un legame indissolubile. Non una condanna al buio, ma una porta aperta sulla memoria.
Questa maturità emotiva gli ha permesso di guardare persino all’iter giudiziario con un distacco rigoroso. Nessuna sentenza, nemmeno la condanna all’ergastolo dell’assassino, avrebbe potuto restituirgli sua figlia o ripagare la perdita.
La giustizia è un patto sociale necessario che la magistratura deve applicare, ma la sfera morale richiede di andare oltre, di non rimanere incatenati all’atto criminale per non consumare la vita dei figli rimasti, Elena e Davide.
La Fondazione Giulia Cecchettin e la sfida dell’educazione affettiva
È da questa consapevolezza che prende forma la Fondazione Giulia Cecchettin, nata con la collaborazione dei figli ed alimentata anche dai proventi del libro Cara Giulia edito da Rizzoli (una toccante lettera d’amore scritta da un padre a una figlia che non c’è più).
La Fondazione sceglie di non posizionarsi sulla linea della giustizia punitiva o dell’inasprimento delle pene, consapevole che la paura delle sanzioni non basta a fermare la violenza nei momenti di azzeramento emotivo.
Il focus dell’ente è la prevenzione primaria: agire sulla cultura, sulle scuole, sulle aziende e sulle istituzioni per disinnescare i presupposti della violenza prima che questa si manifesti.
Analizzando la dinamica che ha portato alla tragedia, Gino sottolinea come Filippo Turetta non fosse un mostro estraneo alla realtà, ma il prodotto di un substrato culturale patriarcale e possessivo ancora fortemente presente nella società.
La pretesa di controllo, la gelosia scambiata per manifestazione d’affetto, l’incapacità di accettare un rifiuto o la fine di una relazione sono i primi tasselli di quella che i tecnici chiamano la piramide della violenza, la cui punta estrema è il femminicidio.
L’impegno della Fondazione nelle scuole risponde a un bisogno disperato e spesso inascoltato dei ragazzi: parlare di affettività, imparare a gestire le frustrazioni, comprendere che l’amore non è possesso e che la vita di un’altra persona non ci appartiene mai.
Nelle aule scolastiche, rompendo la timidezza iniziale, i giovani chiedono aiuto ed esprimono il desiderio di essere guidati nella comprensione delle proprie emozioni, un vuoto che altrimenti rischiano di colmare attraverso la rete e i contesti digitali più tossici.
L’appello ai genitori e il valore del tempo
Nel corso dell’intervista non manca una riflessione critica sul ruolo degli adulti e delle famiglie nella società contemporanea. Gino Cecchettin rivolge un invito accorato ai genitori: ritrovare il tempo di qualità da dedicare ai figli.
In un’era dominata dall’iper-connessione e dai social network — strumenti utili ma creati per sottrarre vita reale —, è fondamentale spegnere gli schermi, sedersi a tavola e parlare senza tabù o paure.
Insegnare ai giovani a conoscersi, a non temere le proprie fragilità e a coltivare sogni grandi è il compito primario di ogni educatore. Solo attraverso un ascolto autentico e una presenza costante si possono cogliere quei campanelli d’allarme che spesso sfuggono nelle pieghe della quotidianità.
Gino Cecchettin lascia i microfoni de Il Fienile offrendo la testimonianza di un uomo che ha saputo trasformare una ferita insanabile in un motivo di riscatto collettivo.
Senza mai atteggiarsi a maestro, ma guidato esclusivamente dall’amore per Giulia e dalla responsabilità verso le nuove generazioni, dimostra come la memoria possa diventare un’arma potente di civiltà, capace di rompere il silenzio e di spingere un intero Paese verso un cambiamento reale.
