Giovanni Esposito si confessa a De Core Podcast: tra Sorrentino, il “rifiuto” a Woody Allen e l’amore per Napoli
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Nella centocinquantanovesima puntata di De Core Podcast, il salotto digitale condotto da Alessandro Pieravanti e Danilo da Fiumicino, l’atmosfera si fa subito calda e verace grazie all’arrivo di un ospite d’eccezione: Giovanni Esposito.
Attore, regista, comico e interprete poliedrico — anche se ironizza sulle etichette di Wikipedia e sul fastidio che gli provocava la vecchia dicitura di “cabarettista” —, Esposito racconta aneddoti incredibili della sua lunga carriera, dagli esordi nei contesti popolari di Napoli fino ai set internazionali, senza mai perdere quell’autenticità e quella sana autoironia che lo contraddistinguono.
Il filo conduttore dell’intervista è, come sempre, il concetto di “de core”: tutto ciò che fa stare bene, dalla musica al cinema, fino ai ricordi d’infanzia e ai piatti della tradizione.
Da Maradona a Pulcinella: le radici napoletane e i ricordi d’infanzia
Il viaggio nei ricordi di Giovanni Esposito comincia con un’immagine mitica che classifica la storia di una Napoli d’altri tempi: quella di Diego Armando Maradona.
L’attore ricorda con il sorriso l’anno del suo primo liceo, quando l’arrivo del Pibe de Oro in città lo spinse a marinare sistematicamente la scuola per andare a seguire gli allenamenti del Napoli al Centro Paradiso di Soccavo.
Un aneddoto esilarante che culminò con la scoperta da parte della madre solo nel mese di aprile, ma che per Esposito rappresenta l’essenza di una figura mistica e trascendentale, capace di compiere prodezze calcistiche — come una leggendaria rabona contro l’Arezzo — a cui nemmeno gli spettatori presenti potevano credere.
Cresciuto nel contesto semplice e a tratti duro del parco ICE SNEI a Secondigliano, Esposito ha saputo fare delle sue radici popolari una risorsa creativa insostituibile, capace di donargli una sensibilità unica nel comprendere l’alto e il basso della vita e un fortissimo legame con la propria lingua.
A questo proposito, racconta un aneddoto rigido ma ironico sulla figlia cresciuta a Roma: quando a quattro anni la sentì usare il termine romano “giacchetto”, la prese e le disse che non sarebbero andati via dall’asilo finché non avesse pronunciato correttamente la parola “o giubbino”.

Accanto al mito di Maradona, emergono anche i ricordi legati alle prime “ribellioni” artistiche, come il rifiuto totale per la classica maschera di Pulcinella, che la madre tentava di imporgli a Carnevale.
Piuttosto che indossare quel costume, un giovanissimo Esposito preferiva inventare travestimenti stravaganti, come quando si vestì da tavola imbandita in polistirolo, completa di piatti e bicchieri di carta, per soffiare coriandoli in faccia ai passanti.
Questa insofferenza per gli stereotipi lo accompagnerà anche negli anni dell’accademia, portandolo a reinterpretare Pulcinella in chiave del tutto originale, trasformandolo in un emigrante al nord con le movenze di Brighella.
Fu proprio all’inizio della sua parabola artistica che il tecnico teatrale Gianfranco Izzo gli suggerì di cambiare nome, ritenendo Giovanni Esposito troppo comune: “Tu sei un mostro, sei bravissimo, ma dove cazzo vai? Ti devi chiamare Gio Suarez”.
Un nome d’arte fittizio che l’attore userà anni dopo per un esilarante esperimento di marketing in un ristorante insieme ad Alessandro Siani, svuotando la sala del collega per far correre i clienti alla ricerca del fantomatico (e inesistente) personaggio.
Il cinema d’autore e i retroscena dei grandi set: il “trauma” Sorrentino e l’esperienza con Woody Allen
Nel corso della chiacchierata con Pieravanti e Danilo da Fiumicino, Esposito entra nel vivo della sua carriera cinematografica, rivelando dettagli inediti e retroscena tragicomici sulla lavorazione di film che hanno fatto la storia del cinema italiano e internazionale.
Uno dei racconti più intensi riguarda il sodalizio con il premio Oscar Paolo Sorrentino, con cui l’attore condivide un’amicizia nata all’età di 26 anni sul set di Antonio Capuano.
Chiamato a interpretare il ruolo di Apicella nel film Loro, Esposito ha dovuto affrontare un vero e proprio “trauma” professionale: imparare a suonare la chitarra da zero in soli tre mesi.
Con un’ansia costante e la pressione di dover inviare continui video di aggiornamento al regista, l’attore è riuscito a eseguire personalmente tutti i brani della pellicola — tra cui la celebre Malafemmena —, nonostante le bizzarre richieste sul set e i memorabili scambi con Toni Servillo, il quale tendeva a scaricare ironicamente su Esposito la colpa dei propri errori di tempo durante l’esecuzione del brano Cicirinella.

Di tenore completamente diverso è stata invece l’esperienza sul set di To Rome with Love con Woody Allen, definita da Esposito come uno dei momenti più strani e meno piacevoli della sua vita professionale.
Tutto è iniziato con il rifiuto iniziale da parte dell’attore nei confronti di un ruolo ritenuto insignificante e di una proposta economica decisamente insoddisfacente.
Il “no” al maestro ha scatenato il panico tra i casting director, ma alla fine Esposito ha ottenuto il compenso richiesto, ritrovandosi però catapultato in un set surreale.
L’attore descrive un Woody Allen profondamente depresso sul divanetto, incapace di comunicare efficacemente e persino di riconoscere star del calibro di Javier Bardem.
Un’avventura faticosa, culminata con la richiesta finale del regista di “inventarsi qualcosa” per salvare una scena che non lo convinceva, lasciando Esposito perplesso sulla gestione dei set hollywoodiani.
Sempre legato al grande cinema d’autore, Esposito svela anche un divertente retroscena legato a Marco Bellocchio e ai provini sostenuti per interpretare Giulio Andreotti nella serie Esterno notte.
Proprio mentre attendeva il verdetto per questo ruolo così solenne, si è ritrovato a registrare una puntata comica in televisione con indosso una parrucca bionda e vestiti succinti su una stanza inclinata, venendo raggelato dalla battuta della collega Bianca Guaccero: “Pensa se Bellocchio adesso sta guardando Rai 2” (il ruolo, alla fine, andò poi a un altro interprete).
L’amore per la recitazione lo ha spinto spesso a osare, come quando sul set del film di Leonardo Pieraccioni e Alessandro Siani decise, all’insaputa di tutti, di recitare la scena di una rapina sfoderando un dialetto marchigiano strettissimo che fece scoppiare in lacrime dalle risate l’intera troupe.
La generosità di Aldo, Giovanni e Giacomo, il passato in TV e i rischi del mestiere
Tra i ricordi più felici spicca senza dubbio la collaborazione con il trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo nel cult La leggenda di Al, John e Jack, dove Esposito interpretava il gangster Frankie.
Oltre a lodare la straordinaria generosità, l’umiltà e il rispetto del trio sul lavoro, l’attore ha rivelato un dettaglio privatissimo: la produzione gli regalò una settimana extra nello sfarzoso hotel di New York in cui alloggiava, trasformando la trasferta di lavoro nel suo effettivo viaggio di nozze.
Anche su quel set, tuttavia, non sono mancati i paradossi legati all’organizzazione delle truppe sindacali americane e all’utilizzo di tecnologie obsolete per gli effetti speciali, che costrinsero Esposito a simulare i colpi da arma da fuoco “da solo” e a rimediare non pochi lividi sul corpo.
Quella per l’indipendenza artistica è una costante nella sua vita: Esposito rivela infatti di essere stato probabilmente l’unico attore a chiedere esplicitamente di abbandonare la soap opera Un Posto al Sole.
A soli 23 anni gli era stato affidato il ruolo del maggior chirurgo ortopedico d’Europa, un personaggio che trovava poco credibile per la sua età e che lo costringeva a look improbabili alla Mike Bongiorno; così, quando il regista Wayne Ferreira gli offrì un prolungamento del contratto con una trama romantica, l’attore scelse la coerenza artistica rifiutando il guadagno sicuro a vita.
La vita da set, del resto, comporta spesso rischi notevoli. Esposito ha ricordato la scena più pericolosa mai girata, durante le riprese della fiction RAI Pane e libertà insieme a Pierfrancesco Favino.
Nonostante le sue accese proteste e il presentimento di un disastro imminente a causa degli spazi ridottissimi all’interno del portone di un palazzo, il regista impose di girare una scena convulsa con un cavallo e un carretto.
L’istinto e la prontezza di Esposito nel posizionare rapidamente una bambina e nel ripararsi dietro l’animale gli salvarono la vita: il carretto si ribaltò violentemente, il cavallo si imbizzarrì e l’incidente causò il ferimento di numerose comparse, finite in ospedale con fratture gravi.
Il debutto alla regia con Nero e il grande successo a Stasera tutto è possibile
Recentemente, Giovanni Esposito ha vissuto l’importante transizione da attore a regista con il lungometraggio Nero, scritto a sei mani con Francesco Prisco e Valentina Farinaccio e presentato al Trapani Film Festival.
Un’opera complessa e distante dalle sue abituali commedie, la cui realizzazione ha richiesto una fatica immane, accentuata dalle difficoltà di budget e dalle incertezze normative che stanno colpendo duramente le maestranze del cinema italiano.
L’attore ha inoltre confessato un retroscena amaro legato alla genesi delle sue storie: in passato, un testo scritto da lui e Prisco fu letteralmente plagiato da un altro produttore che lo trasformò in un dramma serio, spacciando l’identica struttura narrativa per una mera “coincidenza”.
Nonostante le fatiche di Nero lo avessero inizialmente portato a dire alla troupe “non vi voglio vedere mai più”, l’attore ha confessato di aver fatto pace con la regia ed è già al lavoro su una nuova sceneggiatura.
Parallelamente al cinema, Esposito ha conquistato il grande pubblico televisivo grazie alla sua partecipazione al fortunato show di Rai 2 Stasera tutto è possibile, condotto da Stefano De Martino.
Un’esperienza nata sotto il segno dello scetticismo da parte della produzione, che lo riteneva “troppo attore” per i ritmi dell’improvvisazione televisiva.
Dopo una sola puntata, tuttavia, il talento e la prontezza di spirito di Esposito hanno convinto tutti, trasformando la sua presenza in un appuntamento fisso e regalandogli una straordinaria popolarità sui social, dove le sue performance contano milioni di visualizzazioni.
Con il pubblico web ha un rapporto sereno: dichiara di non avere l’ansia dei “like”, ma ammette che si diverte moltissimo a rispondere direttamente e con pungente educazione agli hater.
Per la strada, invece, le persone si aspettano sempre una battuta da lui (a chi gli chiede al supermercato “Ma pure tu fai la spesa?”, lui risponde fermo: “No, io moro di fame”).
Una popolarità che, ironizza l’attore, tocca l’apice soprattutto tra le donne ottantenni, che spesso lo chiamano in videochiamata.

L’amore per la cucina, la rinascita di Napoli e il pensiero felice
Fuori dal set, l’attore si rivela un ottimo cuoco, specializzato nei primi piatti della tradizione partenopea e romana, come la pasta e fagioli, la pasta e piselli e l’immancabile amatriciana.
Interpellato sulla secolare disputa riguardante la pasta e patate, si schiera apertamente a favore della versione con la provola e le scorzette di parmigiano, pur criticando la deriva “food porn” e l’esagerazione visiva che sta investendo la ristorazione napoletana moderna a discapito della qualità di un tempo.
Difende la cucina con rigore: confessa di non tollerare chi intinge il sushi nella birra o chi ordina un cappuccino dopo i tortellini a Bologna, mentre tra i suoi piatti “de core” inserisce la Zingara ischitana rigorosamente preparata con pane cafone, maionese, fior di latte, crudo e pomodori di Sorrento.
Nel finale dell’intervista, lo sguardo si allarga alla sua città natale.
Esposito analizza con lucidità il momento d’oro che Napoli sta attraversando, caratterizzato da un boom turistico senza precedenti e da una forte riscoperta culturale.
Secondo l’attore, la città è riuscita a scrollarsi di dosso la patina di paura legata alla malavita: quartieri storici e un tempo considerati inaccessibili, come i Quartieri Spagnoli, si sono trasformati in centri di aggregazione sani, pieni di friggitorie e botteghe artigiane dove, per usare le sue parole, “non si muore più sparati, si muore solo di colesterolo”.
E alla domanda di rito dei conduttori sulle passioni e sul proprio “pensiero felice” per raggiungere l’Isola che non c’è nei momenti di difficoltà, Esposito mette in fila le sue opere del cuore: per il cinema Il divo di Sorrentino (pellicola che riguarda periodicamente per carpirne la genialità) e l’immancabile Totò, Peppino e la… malafemmena; per la musica i classici Maggio se ne va di Pino Daniele ed Era de maggio, oltre a una profonda stima per il rapper Anastasio che avrebbe voluto inserire nella colonna sonora di Nero.
Il tutto coronato da una perla di filosofia squisitamente partenopea, citando i versi del poeta Libero Bovio: la consapevolezza profonda e rassicurante che, nonostante tutto, “poteva andare peggio”
