Irama a Vanity Fair Stories: l’Antologia tra perdita, pudore e la nobile arte del pop
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Filippo Maria Fanti, in arte Irama, si è raccontato sul palco di Vanity Fair Stories 2025 in un’intervista profonda che ha toccato temi che vanno ben oltre la musica, esplorando la crescita personale, il rapporto con il dolore e la complessa arte della semplicità.
Reduci dall’uscita del suo ultimo lavoro, L’antologia della vita e della morte, il cantautore ha offerto spunti di riflessione sorprendentemente maturi per un artista che, pur essendo sulla scena da dieci anni, si avvicina solo ora ai suoi trent’anni.
La rigenerazione e il paradosso dell’essere adulti
Irama ha aperto la conversazione sulla sua fase di vita citando una teoria affascinante: la rigenerazione completa delle cellule del corpo ogni tot anni.
Un concetto che traduce nella sua continua evoluzione personale e artistica: “Continuiamo a cambiare, a cambiare, a cambiare. Come se vestissimo altri panni, no? Come se fossimo un contenitore per l’anima”.
Alla domanda su quando si sia sentito adulto per la prima volta, Irama ha risposto sorprendentemente legando il momento non all’ottenimento di un successo, ma alla perdita. Dopo dieci anni di carriera, vissuta come una “montagna russa” in parallelo alla sua crescita personale, il punto di svolta è stato “la prima volta non che ho perso, ma che ho realizzato di aver perso qualcuno”.
Il pudore del dolore e la maledizione della scrittura
Il tema della perdita si è evoluto in una riflessione potente sul dolore e sul suo racconto nell’era dei social media. Irama ha ammesso di aver sempre vissuto la perdita come una “maledizione” perché la sua prima reazione è sempre stata: “Come posso scriverlo?”.
Questa “anestesia del dolore”, o meglio, “responsabilità del dolore”, lo ha spinto a rifugiarsi nella scrittura, soffrendo poi in privato.
Il cantautore ha espresso una critica misurata, ma netta, sull’ossessione contemporanea di dover “far vedere” tutto per dimostrare empatia o felicità.
Rivendica invece l’esistenza di un “onore e orgoglio” del sentimento e l’importanza di un’educazione emotiva che non impone di spiattellare il dolore in faccia a tutti, ma di “tenerlo, raccontarlo, studiarlo e rifletterci sopra”.
Ha confessato di essere a volte oggettivamente “poco empatico” nella vita quotidiana, ma di esserlo di più nella musica, che è il suo mezzo per eccellenza.
La nobiltà del pop: semplificare la complessità
Parlando della sua arte, Irama ha delineato una vera e propria “lettera d’amore” verso la musica, partendo da De André e Guccini, fino ad approdare al rap e, infine, al pop. E qui arriva il punto più interessante sul piano tecnico:
“Il pop è la musica più difficile di tutte da scrivere. Perché in una frase devi riuscire a dare un concetto che non è banale ed è impossibile a volte. È veramente difficile, pensa a dire una metafora, mettere una poesia in una frase, cioè tu devi farla stare in tre parole e la devono capire tutti”.
Per Irama, la vera grandezza nell’arte non sta nel riempire di orpelli, ma nel semplificare la complessità, nel rendere accessibile a tutti qualcosa di profondo. Un concetto che, citando ironicamente Dante come l’artista più “mainstream” e odiato della sua epoca per aver scritto in volgare, rafforza la sua visione.
Successo, sacrificio e San Siro
Sul successo, Irama ha mantenuto un profilo basso, definendosi ancora troppo giovane per tirare le somme, ma ha chiarito ciò che per lui conta davvero: il sacrificio.
Non ha mai creduto nelle scorciatoie, ma nell’accanirsi e dedicarsi completamente. Una filosofia che lo porterà a coronare un sogno l’11 giugno 2026: il concerto a San Siro. Un evento che vive con pura “emozione” e come un momento sacro di incontro con le persone che gli vogliono bene.
Infine, parlando di un possibile ritorno a Sanremo, il cantautore si è detto disponibile, ma solo se avrà una canzone che “varrà la pena” di essere raccontata, legando la partecipazione non a una necessità, ma unicamente alla musica.
