Kim Rossi Stuart e il cinema per caso: “A 12 anni andavo a Roma in autostop”
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Ci sono carriere cinematografiche che sembrano scritte nelle stelle, disegnate con meticolosa precisione fin dall’infanzia, e ce ne sono altre che nascono da una serie irresistibile di “sliding doors”, di coincidenze rocambolesche e di fughe dalla routine. La storia di Kim Rossi Stuart appartiene inaspettatamente a questa seconda categoria.
Ospite d’eccezione al Fara Film Fest, intervistato dal format “Noi degli anni 80/90”, il celebre attore e regista italiano ha ripercorso le tappe più intime e bizzarre dei suoi esordi, tratteggiando il ritratto di un interprete d’eccezione che, paradossalmente, per decenni non ha fatto altro che combattere contro il disagio di stare di fronte alla macchina da presa.
L’esordio da bambino e i “ricatti” a Mauro Bolognini
Tutto ha inizio quando Kim ha appena quattro o cinque anni. Il padre, anch’egli attore, porta lui e le sue sorelle sul set del maestro Mauro Bolognini per il film Fatti di gente per bene, un kolossal dell’epoca impreziosito dalla presenza di star internazionali del calibro di Giancarlo Giannini e Catherine Deneuve.
Per un’improvvisa esigenza di scena, i giovani fratelli Rossi Stuart vengono ingaggiati all’impronta, vestiti con abiti d’epoca e catapultati davanti all’obiettivo.
Piccolissimo, vestito da marinaretto e adagiato tra le braccia di una radiosa e algida Catherine Deneuve, il piccolo Kim avverte subito il fascino di quell’atmosfera straordinaria, pensando tra sé e sé che in quel contesto si stesse decisamente bene.
Tuttavia, l’incanto dura lo spazio di un’unica inquadratura. Subito dopo la prima scena, il bambino decide risolutamente di averne abbastanza e di non voler più proseguire.
È qui che emerge il lato ironico e determinato dell’attore in erba. Consapevole che nel cinema un attore non può essere sostituito a scena iniziata senza causare un vero e proprio disastro economico per la produzione, il piccolo Kim inizia a “ricattare” il povero regista Bolognini, il quale si vede costretto a elargire caramelle, cioccolatini e pacchi regalo sempre più imponenti pur di convincerlo a rimanere davanti alla macchina da presa.
Un episodio divertente che, come sottolinea lo stesso interprete, anticipa profeticamente il suo rapporto tormentato e complesso con la professione.

A 12 anni in autostop: l’incontro profetico con Pietro Valsecchi
Negli anni successivi, la famiglia si trasferisce in campagna, nell’area tra Mazzano Romano e Sant’Oreste. Il padre decide di abbandonare definitivamente il mondo dello spettacolo per ritirarsi in un ettaro di terra, tagliando ogni contatto con il genere umano.
Per il giovane Kim, quell’isolamento diventa ben presto una prigione dorata da cui fuggire. All’età di soli dodici anni, il futuro protagonista di Senza pelle inizia a fare l’autostop per raggiungere la capitale, spinto dall’ardente desiderio di evadere e conquistare la propria indipendenza economica.
Proprio lungo una di quelle strade di campagna avviene la svolta che cambierà per sempre il suo destino. A dargli un passaggio è un giovane che all’epoca lavorava con fatica nel settore cinematografico: Pietro Valsecchi, destinato a diventare uno dei più grandi e influenti produttori del cinema italiano.
Notando i tratti marcati e l’espressività del ragazzo, Valsecchi gli propone a bruciapelo di fare un provino. Spinto esclusivamente dalla necessità pratica di guadagnarsi da vivere e lasciare la casa paterna, Kim accetta.
Non c’era in lui una vocazione bruciante, bensì una contingenza pragmatica che la vita gli ha letteralmente messo davanti.

La lotta con la macchina da presa e la svolta introspettiva
Nonostante i primi successi, l’impatto con la recitazione professionale si rivela irto di ostacoli psicologici. Kim Rossi Stuart si definisce senza mezzi termini come la persona meno adatta sulla faccia della terra a fare l’attore.
Per ben venticinque anni, ogni ciak rappresenta una prova di pura sopravvivenza fisica ed emotiva, contrassegnata da sudori freddi e da un profondo senso di disagio davanti alla cinepresa.
Solamente intorno ai quarant’anni l’attore riuscirà a trovare una forma di rilassamento e pacificazione con il proprio lavoro.
La vera svolta artistica e la presa di consapevolezza giungono quando il giovane Kim entra in contatto con seminari di recitazione improntati sulla psicanalisi.
In quel contesto, frequentato da colleghi più adulti, il giovanissimo attore scopre la dimensione più profonda del mestiere drammatico: la possibilità di esplorare la psiche, le dinamiche interiori e le fragilità umane.
La recitazione cessa di essere una semplice prova di resistenza per trasformarsi in uno strumento di indagine introspettiva e catartica.

Trasformazioni fisiche e spirituali: Il Gattopardo e la regia
Questa dedizione totale al ruolo emerge chiaramente nei progetti più recenti e complessi della sua carriera, come l’interpretazione di Don Fabrizio nella nuova produzione de Il Gattopardo.
Per calarsi nei panni del celebre Principe di Salina, Rossi Stuart ha affrontato un’imponente trasformazione sia fisica che vocale, ingrassando di ben tredici chilogrammi.
Un processo che l’attore descrive come una necessaria “espiazione”, dove il corpo si lacera e si tormenta per dare forma e sostanza allo spirito del personaggio.
Ricordando l’esperienza sul set di Senza pelle, realizzato a soli ventitré anni nei panni di un ragazzo psicotico, l’artista ammette di aver sfiorato pericolosamente le derive oscure dell’immedesimazione.
Tuttavia, la concezione brechtiana dell’estraniamento non lo ha mai affascinato: per Kim Rossi Stuart, recitare significa vivere il personaggio dall’interno, cercando sempre un fine catartico e spirituale sia per se stesso che per il pubblico.
Oggi, alla soglia dei sessant’anni, l’attore vive una fase di ritrovata leggerezza e ricerca del divertimento. Un equilibrio conquistato anche grazie all’esperienza dietro la macchina da presa.
Come regista dei suoi tre film, l’aver vissuto per decenni i tormenti dell’attore gli ha permesso di sviluppare una profonda empatia nei confronti degli interpreti, guidandoli con sensibilità, specialmente quando si tratta di giovani esordienti.
Un percorso circolare che trasforma il disagio giovanile in una preziosa risorsa di guida e maestria per il cinema di domani.
