Matteo Berrettini al PoretCast: la solitudine del campione e l’uomo oltre la racchetta
#image_title
Nel cuore del Teatro Oscar, tra battute sull’altezza e scambi di sguardi con il pubblico, si è consumato un incontro che va ben oltre la cronaca sportiva. Matteo Berrettini, ospite di Giacomo Poretti nel suo celebre PoretCast, si è spogliato della divisa da chi è arrivato al numero 6 della classifica ATP per mostrare le cicatrici, le paure e la filosofia di un atleta che ha imparato a convivere con il peso del proprio talento.
Il tempio di Wimbledon e l’ombra di Djokovic
Il punto di svolta della carriera di Berrettini resta quella finale a Wimbledon, un momento che ha vissuto quasi in una dimensione parallela a causa delle restrizioni Covid.
Nonostante non potesse toccare i suoi cari, presenti sugli spalti ma confinati fuori dalla sua “bolla”, Matteo ha percepito per la prima volta un calore nazionale senza precedenti.
Affrontare Novak Djokovic in una finale Slam non è solo una sfida tecnica, ma una battaglia psicologica estrema. Berrettini descrive il campione serbo come un avversario “vero”, che non cerca di compiacere tutti ma che in campo sa trasformare la pressione in una forza d’urto.
“Ho provato a usare il rovescio a una mano, ma è andata male”, scherza Matteo, riconoscendo la superiorità tattica di Nole in quel periodo d’oro.
Affrontare i “mostri sacri”: le lezioni di Federer e Nadal
Il racconto di Berrettini si fa ancora più umano quando rievoca gli scontri con gli altri due pilastri del tennis moderno.
-
Roger Federer: Il suo idolo di sempre gli ha impartito una vera e propria “sveglia” sul campo centrale di Wimbledon. Una lezione di tennis conclusasi con soli quattro game vinti in tre set, ma fondamentale per la crescita emotiva del tennista romano.
-
Rafael Nadal: Giocare contro lo spagnolo significa combattere contro una fisica quasi impossibile. Matteo descrive il topspin di Nadal come una palla che rimbalza così alta da costringerti a colpire quasi all’altezza della testa, trasformando ogni scambio in uno smash difensivo.
La solitudine: una malattia bellissima
Uno dei passaggi più profondi dell’intervista riguarda la natura intrinseca del tennis: la solitudine. Berrettini confessa di aver scelto questo sport proprio perché amava risolvere i problemi da solo, sin da quando, da bambino, preferiva costruire i Lego in autonomia piuttosto che giocare in gruppo.
“Se non ti piace stare da solo, è difficile giocare a tennis”, spiega l’atleta, definendo questo sport come una “malattia bella” che non ti permette di scappare dalle tue paure.
Questa solitudine esplode talvolta nella rabbia di chi spacca una racchetta. Non è un gesto contro l’attrezzo, ma un grido verso se stessi, una reazione necessaria per scuotere l’anima durante un match complicato.
La gestione psicologica è, per Berrettini, più importante della preparazione fisica: imparare a dimenticare l’errore per concentrarsi sul “punto dopo” è il segreto dei grandi campioni.
La vita “on the road” e il sacrificio degli affetti
Essere un tennista professionista significa vivere in una perenne transizione. Matteo racconta di aver girato il mondo senza averlo mai visto davvero: Melbourne è un luogo dove ha trascorso mesi della sua vita, ma che conosce solo attraverso i campi di allenamento e le stanze d’albergo.
In questo vagabondaggio agonistico, lo staff diventa l’unica vera famiglia. Il rapporto con il suo vecchio allenatore, Vincenzo, è durato dai 14 ai 27 anni, superando per tempo trascorso insieme quello dedicato ai genitori.
Ma il successo ha un prezzo salato. Il momento più doloroso condiviso da Matteo è la perdita del cane di famiglia mentre lui si trovava dall’altra parte del mondo, in Australia.
Essere l’unico a non aver potuto dare l’ultimo saluto a un compagno di vita è il lato oscuro di una carriera scintillante.
Il futuro: oltre il personaggio pubblico
Cosa c’è nel domani di Matteo Berrettini? Un libro, ma non una classica biografia sportiva. Matteo scrive quotidianamente un diario e desidera raccontare le emozioni di un bambino che si è ritrovato a calcare i palcoscenici più prestigiosi del mondo quasi senza accorgersene.
Il suo obiettivo ora è riscoprire il “Matteo” uomo, quello che ama perdersi dove nessuno lo riconosce, che legge Hermann Hesse e che cerca di capire perché la sua vita sia così privilegiata mentre il mondo fuori sembra andare a rotoli.
“Facendo quello che faccio mi sento vivo”, conclude, ribadendo che, nonostante i blackout e gli infortuni, la voglia di scendere in campo per le persone che lo sostengono è più forte di qualsiasi trofeo.
