Rocco Hunt si racconta a Supernova: dalle strade di Salerno al successo internazionale, tra rap, tormentoni estivi e radici sacre
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Ospite d’eccezione nell’ultima puntata del podcast Supernova, il “Poeta Urbano” Rocco Hunt ripercorre dodici anni di una carriera straordinaria. Dalle notti insonni a sfilettare mazzancolle nella pescheria di famiglia alle vette delle classifiche internazionali con trenta dischi di platino, l’artista salernitano si racconta in una chiacchierata intima e ironica, svelando i segreti del rap campano, i trionfi in Spagna e il legame viscerale con le sue origini.
L’eredità di un Sanremo storico e il segreto di un esordio immortale
Sono passati dodici anni da quel memorabile 2014, un lasso di tempo che Rocco Hunt definisce ironicamente come quattro generazioni biologiche, scandite dall’arrivo del suo primo figlio e dalla dolce attesa del secondo, la cui nascita è prevista per il prossimo ottobre.
Guardando indietro a quel diciannovenne che sconvolse il Festival di Sanremo, l’artista evoca un periodo di totale e profonda incertezza.
A quel tempo, il panorama sanremese non era l’accogliente ecosistema attuale per la musica urban, e presentarsi sul palco dell’Ariston con un brano rap rappresentava un rischio assoluto, una scommessa in cui si rischiava di perdere sia la credibilità della fan base sotterranea sia l’approvazione del grande pubblico generalista.
A proteggerlo ci pensò la stessa scena hip hop italiana, che scelse di firmare in massa le collaborazioni dell’album d’esordio dell’epoca, intitolato “A verità”.
Il celebre brano vincitore, “Nu juorno buono”, strutturato su strofe puramente rap e un ritornello melodico di impronta partenopea, custodiva un segreto tecnico mai rivelato prima.
I produttori del pezzo, Takagi & Ketra, inserirono nelle frequenze più basse del mixaggio, quasi come un amuleto invisibile contro la scaramanzia, la base ritmica del classico old school del rapper statunitense Ice Cube.
Quella vittoria cambiò tutto, trasformando il giovane autore in un fenomeno nazionalpopolare capace di dialogare con un pubblico trasversale, compresi quegli ascoltatori più maturi che ancora oggi ne storpiarono affettuosamente la pronuncia anglofona del nome d’arte.

L’arte della pescheria e il valore intramontabile del sacrificio
Prima che i spotlights si accendessero stabilmente sulla sua musica, la quotidianità di Rocco Hunt era scandita dal duro lavoro come aiutante nella pescheria dello zio a Salerno.
Un’esperienza formativa che l’artista rivendica con immenso orgoglio e che definisce una vera e propria arte nobile, specialmente per quanto riguarda la complessa tecnica dello sfilettatura e della pulizia del pesce.
Ricordando i turni massacranti durante il periodo natalizio e il gelo delle mani costantemente immerse nel ghiaccio vivo, il cantante sottolinea come quella puzza di mare resti impressa nella mente in modo quasi psicologico, un odore identitario che per chi appartiene a quel mondo si trasforma nel profumo stesso del riscatto sociale.
Rocco ricorda chiaramente che non aveva assolutamente nulla da perdere in quel momento.
Se il Festival fosse andato male, sarebbe tornato a lavorare in pescheria il giorno dopo senza alcun rimpianto, perché il rap all’epoca non era remunerativo e non veniva ancora percepito come una professione, persino da suo padre che ha iniziato a crederci solo vedendolo con il leoncino d’oro in mano sul palco dell’Ariston.
Questo legame inscindibile con le proprie radici si riflette anche nell’educazione del figlio primogenito di nove anni.
Nonostante viva oggi in una situazione di innegabile privilegio economico a Milano, il bambino viene sistematicamente mandato ogni estate a Salerno per un campus di tre mesi nella villetta di famiglia, con l’obiettivo preciso di fargli comprendere il valore dei sacrifici e della strada, imparando ad arrangiarsi lontano dalle comodità.
È una mentalità appresa direttamente dal padre dell’artista, che continua orgogliosamente a svolgere il lavoro di operatore ecologico a Salerno per preservare la propria dignità e dare un esempio tangibile ai figli, e dal nonno paterno Rocco, scomparso a dicembre, che fino all’ultimo giorno di vita ha offerto il proprio aiuto disinteressato tra i banchi del mercato rionale di Pastena.
Dal battesimo del casatiello all’espansione nelle classifiche spagnole
Durante l’intervista a Supernova non mancano aneddoti intrisi di autentico folklore campano, come il bizzarro episodio vissuto a Capri insieme al cantautore Sal Da Vinci, improvvisatosi sacerdote per benedire un casatiello pasquale direttamente al tavolo di un ristorante, scatenando l’entusiasmo e le richieste di benedizione da parte di tutti gli avventori presenti in sala.
È proprio questa passionalità meridionale che ha permesso a Rocco Hunt di conquistare la Spagna, un paese che l’ha accolto come una superstar sin dai primi passaggi radiofonici su Los 40 Principales e dove ha collezionato ben tredici dischi di platino, vincendo persino il premio per il miglior videoclip dell’anno davanti a un’istituzione locale come Rosalía.
La transizione verso i grandi tormentoni estivi, come “Caramello” o “A un passo dalla luna”, viene difesa dall’artista con estrema lucidità intellettuale.

Brani dal successo planetario dimostrano come la musica leggera, se concepita con intelligenza e immediatezza melodica insieme ad autori del calibro di Davide Petrella e Federica Abbate, sia in grado di abbattere qualsiasi barriera generazionale, unendo nei concerti live bambini e adulti in un unico momento di pura spensieratezza e divertimento collettivo.
Il processo creativo dietro queste hit richiede doti non comuni: la ricerca del claim perfetto in studio di registrazione è un lavoro metodico che conferma che dietro la presunta semplicità del pop si nasconde sempre una magistrale architettura sonora.
Il dilemma calcistico e il futuro della cultura hip hop
Un capitolo significativo dell’incontro affronta l’inevitabile dualismo calcistico tra la Salernitana e il Napoli, un tema caldissimo per un salernitano cresciuto in una famiglia di storici ultras granata.
Sebbene il cuore di Rocco batta per la squadra della propria città natale e soffra per la recente retrocessione, l’artista esprime un sincero affetto per l’intera Campania e per i traguardi sportivi dei cugini napoletani, assistendo con indulgenza al “battesimo” calcistico del figlio Giovanni che, influenzato dai compagni di scuola milanesi, ha scelto di tifare per il Napoli nell’anno dello scudetto.
Per il Poeta Urbano, il calcio meridionale rappresenta una fede collettiva che dovrebbe superare le sterili rivalità locali in nome di un amore comune per lo sport della propria regione.
In chiusura, dopo essersi cimentato in un brillante freestyle improvvisato su basi musicali realizzate in studio, Rocco Hunt condivide una profonda riflessione sull’avvento dell’intelligenza artificiale nella produzione musicale.
Pur riconoscendone l’utilità come strumento di supporto tecnico per fonici e produttori, l’artista si dichiara fermamente contrario alla sostituzione dell’elemento umano nella scrittura dei testi e nell’ideazione artistica.
Una macchina matematica può calcolare una rima perfetta o imitare la voce di una star mondiale, ma non potrà mai replicare il pathos, il vissuto, le ferite e le emozioni reali che hanno reso immortale la grande tradizione della musica italiana.
